Negli occhi di Paola...

Negli occhi e nella memoria di Paola Martinella permane il vortice di tinte e l’armonia di luci, godute nella visita della mostra dedicata a Gianbattista Tiepolo, a Villa Manin nel 1971. Il senso della spazialità, suggerita dai cieli dell’artista veneziano, si amplifica con la ripetuta osservazione dei dipinti udinesi1, dove il potere illusorio della rappresentazione insiste nelle sue astrazioni cromatiche e luministiche. Questo spunto resta a irrorare sempre di nuova linfa l’ispirazione, lungo un percorso che muove dalle norme basilari della pittura, senza salti o scorciatoie che rendano più facile (e più banale) il cammino. Nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 la pittura diventa un territorio di sistematica indagine personale e il tirocinio si applica alla frequentazione del paesaggio, del ritratto e della figura, temi nei quali la superficie tende già a dilatarsi inglobando fenomeni di energia in evoluzione; l’artista rilegge in un registro lirico le urgenze per lei più sperimentali, facendo proprie e manipolando le parvenze esterne, le visioni ordinarie e creando un luogo (la pittura stessa) dove realtà, fantasia, colori, stesure si fondono con naturalezza. Lo fa con sapiente dosaggio degli ingredienti formali, alimentandoli con un pervadente respiro poetico dentro una composizione che vive sul crinale tipico di un sogno ad occhi aperti, in cui realtà e illusione collimano. (…)

“L’autrice friulana affronta la superficie utilizzando non solo i pennelli, ma anche il rullo, come se la tela fosse un muro su cui iscrivere il senso delle proprie emozioni e dei propri scatti umorali, quelli che nascono a contatto con la natura. Infatti l’ambito in cui Paola Martinella va a prelevare i suoi colori è proprio la realtà paesaggistica, che viene opportunamente filtrata ed elaborata per essere poi dislocata nella composizione pittorica come un intreccio di sciabolate cromatiche e di luci intense che, insinuandosi nelle pieghe di una materia finissima, si diffonde in varie zone del quadro”.2 (…)

Agli inizi degli anni ’80 il colore comincia a diventare una necessità, sospingendo la pittura a rivelarsi nel magma di forme che gradatamente si eclissano nella forza dell’impasto, dislocato sulla tela in una libertà affidata al farsi del colore sul piano, ai capricci di una liquidità variabile fino all’accenno al rilievo, dato dalla materia grassa dell’elemento cromatico. “Uscita dall’ambito di un’aderenza lirica alla realtà, ha seguito l’istinto di una libertà espressiva per la quale ha costruito un mondo pittorico personale, se pur innervato da contributi culturali di varia derivazione: la forza della composizione astratta di Vedova, le sgocciolature generose di Pollock, lo studio di una spazialità cara a Fontana e a Tancredi. (…)

In questo periodo domina il rosso, a cui Martinella affida un ruolo deflagrante di energia, per l’esigenza di inscrivere in un solo colore ciò che di vibrante e gestuale si percepisce nella stesura densa del pigmento, veicolo di molteplici significati simbolici. Ma anche il verde e il blu hanno un ruolo-guida nell’esecuzione del quadro, che è un perimetro di tensioni sopra le quali si leva un’accensione prodotta da un colore innervato dal bianco ed esaltato dal giallo, che sommerge ogni altra luce circostante, mentre l’energia fluida dei segni nutre dall’interno la pelle del colore con un sistema reticolare di venature che riemergono sulla superficie inquieta dell’opera. (…)

I limpidi tragitti del segno e le imprevedibili mobilità del colore alimentano una carica espressiva mutuata dalla seduzione per Afro, Santomaso, Vedova, che funzionano non come modelli da imitare, quanto piuttosto punti di riferimento a cui legare la propria volontà di disgregare la traccia figurale. (…)

Negli anni ’90 il gesto espansivo, veloce, è incardinato in una strategia mentale che “vede” in anticipo la strutturazione complessiva del quadro senza ovviamente poter conoscere la sua veste definitiva; la dinamica costruttiva si fonda su quello stato di equilibrio (tra segno e massa, chiaro e scuro, toni alti e bassi dell’impasto) che l’artista sa imprimere alla sua opera, immaginandone lo sviluppo anche di fronte alla tela bianca. Qui l’azione creativa si è allargata diffondendosi da un unico nucleo generante, all’interno dell’opera, sino al fatto che tutta la superficie diviene un grande epicentro dell’evento. In ogni dove, l’incandescenza della materia cromatica lascia emergere evidenze di scie luminose, incanalate in andamenti vagamente geometrici, granularità corpose, stesure in cui l’emozione è affidata al potere allusivo del nero.

Paola Martinella risponde sicuramente ad empiti interiori adeguando la temperatura del quadro a quella del suo animo, sottoposto ai flussi mutevoli di un umore che si va variegando nel corso dell’esistenza; in tal maniera in diverse opere invade con maggior energia la tela conducendo l’indagine sul fatto emotivo, senza tralasciare il governo razionale della massa cromatica. Ciò si realizza anche laddove tende a ridurre la  serie ampia di opzioni che rendono la tela un luogo di incanti molteplici, di magie cangianti, di trasparenze allusive e profondità reali. E l’uso del dripping, talora insistito fino alle soglie della scrittura, è dosato sulla necessità di bilanciare la pennellata fluida e sciolta con i rivoli del colore che si muovono puntando a rivelare la propria intensità; in alcuni punti la stesura delle campiture è volutamente sommaria e lascia, per questo, trapelare la luce, che trova la possibilità di filtrare e di estendersi.

 

Enzo Santese

 

1. Soprattutto al Palazzo Arcivescovile e al Duomo del capoluogo friulano.

2. ENZO SANTESE, Paola Martinella, in “Juliet”, n. 123, giugno 2005, pag. 62.

 

 

Le opere di PAOLA MARTINELLA sono caratterizzate da una intensa variegatura cromatica strettamente connessa a quella che è la sua interiorità. Spazia dall’utilizzo dei colori solari e caldi quando aderisce in maniera entusiastica alla realtà, a sfumature quasi crepuscolari che denotano momenti meno brillanti della sua esistenza. Le diverse tinte utilizzate dall’artista hanno origine dal paesaggio, in modo particolare da quello friulano. E’ proprio nella terra natia che trova una notevole diversificazione paesaggistica:......... elementi di pianura che si alternano al mare e alla laguna; zone collinose che preludono a quelle montane, città e borghi rurali …

La variegazione ambientale si rispecchia in quella degli umori e dei colori convogliati all’interno di una tavolozza particolare nella quale l’artista rielabora in maniera del tutto personale che non ha nessuna relazione con la realtà e la fisicità ma è puro scatto interiore ed emotivo.


Alessia Tortolo